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Il lungo filo nero di Varese

Un secolo di storia fascista alla base del razzismo di oggi.
Squadrismo, delazione ai danni degli ebrei in fuga in Svizzera,
stragismo. Benvenuti nella capitale leghista

fonte: Il Manifesto, 24/06/2005

di MANUELA CARTOSIO

A Varese chi getta un mozzicone per terra rischia una multa. L’ha
istituita un paio d’anni fa la giunta leghista perché la «città
giardino», la sua vetrina, ha da essere pulita, in ordine, perfetta. La
città che ingigantisce un mozzicone è la stessa che rimpicciolisce il
quasi-linciaggio per mano dei naziskin di Blood&Honour di un
albanese. Colpevole d’essere albanese, come il giovane immigrato che ha
ucciso a coltellate il barista di Besano Claudio Meggiorin. Una
settimana dopo il funerale, gli striscioni degli ultras per «Claudino»
sono ancora in piazza Monte Grappa, il cuore di Varese. C’è un filo
nero, una tradizione, alle spalle dell’esplosione di violenza razzista
innescata dall’omicidio di Besano. Risale più indietro dell’episodio
del 1976, che un po’ tutti hanno ricordato in questi giorni, quando i
tifosi della Mobilgirgi di Varese (la ex Ignis del cumenda Giovanni
Borghi) accolsero i cestisti del Maccabi di Tel Aviv con slogan e
simboli antisemiti. Nel processo che ne seguì, la Mobilgirgi non si
costituì parte civile, rifiutò di chiedere una simbolica lira come
risarcimento. Ripercorriamo quel filo nero con Franco Giannantoni,
giornalista e storico di Varese, testimone oculare e archivio
ambulante, la memoria prodigiosa di quelli che hanno imparato il
mestiere quando google non c’era.

La torre littoria

Prima indicazione magistrale: «Guardiamo piazza Monte Grappa. La stanno
ripavimentando, è un cantiere a cielo aperto che riassume il pezzo di
storia che qui ci interessa». Ci sono gli edifici, tra cui spicca la
torre littoria (poi ribattezzata «civica»), progettati dall’architetto
Loreti che negli anni Trenta impresse il marchio littorio al «piccolo,
candido borgo» (definita così da Sandro Giuliani, cantore di
Mussolini). C’era, fino a poco tempo fa, una grande aiuola che la Lega
spudoratamente aveva usato per disegnarci in mezzo il «Sole delle
Alpi». La bruttura dev’essere sembrata eccessiva persino ai leghisti.
Si sono pentiti, ma solo a metà. Per la ripavimentazione hanno fatto
arrivare il marmo dal Nicaragua, «rigorosamente verde». E poi ci sono
gli striscioni di Blood&Honour. Giovani rasati e tatuati che
sventolano il tricolore, cantano Fratelli d’Italia, riciclano la
paccottiglia di derivazione nazi-fascista e si ricollegano – magari
senza saperlo – al razzismo «classico». Fossero davvero una destra
«anti-sistema», dovrebbero confliggere con la Lega che a Varese è «il
potere, comanda tutto». Invece, l’odio e l’intolleranza verso gli
immigrati mettono d’accordo Lega e teste rasate da stadio. Lo slogan di
Sangue&Onore «Difendi il tuo simile, distruggi il resto» è
fascista, ma è «anche» leghismo allo stato puro, allude alla
solidarietà ristretta su base etnico-comunitaria che caratterizza i
populismi da spaesamento postindustriale, da fortezza assediata dalla
globalizzazione. Un’analisi troppo sofisticata? Resta il fatto che gli
imprenditori politici della Lega, «i Maroni, i Castelli», si sono
«impossessati» delle gesta di Blood&Honour. Più che giustificarle,
le hanno rivendicate. Bravi ragazzi, secondo il sindaco Aldo Fumagalli,
al massimo «un po’ eccitati».

I commercianti di Varese che tirano giù le saracinesche quando sfilano
due gatti dei Social Forum, questa volta sono stati sulla porta a
rimirare un corteo che chiedeva «ordine» fatto «da pregiudicati per
spaccio e rapina, ex sorvegliati speciali, indagati per risse e
pestaggi». Tipetti che, dopo una sconfitta in trasferta del Varese
calcio, hanno menato tre giocatori «negri» di cui la squadra si è
rapidamente «liberata».

La cosa che più intristisce e preoccupa Giannantoni è il «silenzio
imbarazzato» del centro sinistra sul tentato linciaggio. I Ds, eroici,
si sono «spinti» a chiedere la convocazione del Comitato provinciale
per l’ordine e la sicurezza. «Roba da prefetto», commenta, «ma non le
vedono le scritte minacciose sotto lo studio dell’avvocato che ha
accettato di difendere l’albanese omicida?». C’è poco da meravigliarsi,
se si ricorda che a Varese il Pds, allora si chiamava ancora così, fu
molto indulgente con la Lega nascente. Con quegli «uomini nuovi» fece
una giunta «anomala». Poi il Carroccio si mise con Berlusca, ma i
diessini di Varese la lezione non l’hanno imparata, continuano ad
accarezzare la speranza che «Bobo» torni a girarsi dalla loro parte.

Da dove viene la carenza di nerbo democratico di Varese? Perché la
città è sempre più a destra della media? Perché lì neofascismo e
squadrismo hanno attecchito più che altrove? Il bandolo della matassa
Giannantoni l’ha trovato, pur senza scadere nel determinismo storico,
nelle formula «Varese laboratorio del collaborazionismo».

Il laboratorio inizia a funzionare nel 1926, quando Benito Mussolini –
a cui Varese già nel `24 aveva attribuito la cittadinanza onoraria –
eleva la città che fino ad allora dipendeva da Como al rango di
capoluogo di provincia. Lo fa per ragioni militari – la frontiera e a
due passi – ma soprattutto politiche. Il cavalier Benito coltiva
l’ambizione di «italianizzare» il Canton Ticino che la Germania, non
ancora alleata, vorrebbe invece «tedeschizzare». In Canton Ticino «vive
complottanto una malvagia minoranza di fuoriusciti e di rinnegati sulla
quale mai deve cessare la vigilanza del governo d’Italia». Preoccupano
ancor di più il capo del fascismo i ventimila lavoratori che dalla zona
di Varese emigrano ogni anno come stagionali in Svizzera. «Gente sana»,
ma «facile preda di ogni propaganda che instilli il veleno dell’odio e
del rancore». Molto nelle condizioni politiche del Varesotto dipende
«dallo stato d’animo delle masse che al principio della cattiva
stagione rientrano dall’estero». Per evitare «sorprese dolorose»
occorre «conoscere, dirigere ed eventualmente reprimere». Serve
rafforzare in loco la presenza del governo, per questo Varese diventa
provincia.

La città accoglie con entusiasmo la promozione. Non c’è bisogno
d’importare da Roma un ceto politico amministrativo. Professionisti,
piccoli e grandi imprenditori, commercianti indigeni si offrono
volentieri. Nel polo dell’aeronautica (Caproni-Macchi-Siai Marchetti)
cresce il numero degli occupati. La convergenza di due fattori –
vicinanza del confine, presenza dell’industria bellica – fa di Varese
un laboratorio del collaborazionismo. La città si «militarizza» assai
più degli altri centri del Nord. Il 12 settembre del `43 i tedeschi
entrano a Varese senza che si spari un colpo, accolti dalle donne che
buttano fiori. «Che tristezza», annota il prevosto, monsignor
Proserpio, «se ne pentiranno». In pochi giorni i tedeschi occupano la
linea di confine con tre obiettivi: bloccare gli ebrei, bloccare la
costituzione di bande partigiane, bloccare i renitenti. La Guardia di
finanza, unica forza non fascista, passa in blocco in Svizzera. Le
aziende belliche passano sotto l’ala «protettiva» del Reich. I salari
sono discreti rispetto al resto dell’industria, e poi tutti hanno
l’orticello. La resistenza di montagna è debole, a Varese città una
piccola brigata gappista cade rapidamente per una serie di delazioni.
Si sciopera per il pane e la pace solo nella fascia meridionale della
provincia, non a Varese. Un ispettore delle Brigate Garibaldi trasmette
al comando generale di Milano rapporti «sconcertati». Transita da
Varese l’80% degli ebrei che passano in Svizzera. Pagano e anche di
questo «commercio» si arricchisce Varese. Non mancano le delazioni,
soprattutto da parte di albergatori che raddoppiano il guadagno
«rivendendo» gli ebrei ai tedeschi.

Lo zoccolo duro

Finita la guerra, i fascisti di Varese diventano tranquillamente
democristiani. Resta però uno zoccolo duro di professionisti e
imprenditori che fino all’inizio degli anni Settanta garantirà all’Msi
un buon 10% di voti, il doppio della media nazionale. Roma, Pisa e
Varese sono le tre «piazze» su cui punta Almirante. Le sue parole
d’ordine trovano interessato ascolto presso gli imprenditori varesini.
Oltre all’Msi è attiva a Varese una pletora di sigle neofasciste:
Partito della ricostruzione nazionale, Costituente nazionale
rivoluzionaria, Comitato di emergenza e salute pubblica, Avanguardia
nazionale, Squadre d’azione Zamberletti (è il titolare del bar più
famoso di Varese), Squadre d’azione gaviratesi, Squadre d’azione Ettore
Muti. Agiscono come squadracce, specializzate in agguati. Fino al 1974
quando, finalmente, anche a Varese si fa sentire la scossa del
movimento sindacale e studentesco.

Dopo, la galassia neofascista restringe il numero dei militanti ma si
incattivisce, dal manganello passa alla bombe, allo stragismo quasi
realizzato. Il 28 marzo del `74 nella piazza del mercato di Varese alle
7,40 il fiorista Vittorio Brusa nota uno strano oggetto, un gomito di
ghisa. Non sa che compressi dentro ci sono 3 etti di esplosivo. Lo
tocca, la bomba esplode e Brusa finisce dilaniato sul tetto delle
ferrovie Nord. Fosse scoppiata alle 10, com’era nei piani, le vittime
sarebbero state decine, un anticipo in piena regola della strage di
Piazza Loggia. Nell’ottobre del `74 Fabrizio Zani (Ordine nero) e Mario
Di Giovanni (Avanguardia nazionale) vengono bloccati con tre chili di
esplosivo. Obiettivo presunto: una diga sopra Luino o, più
probabilmente, la tribuna centrale dello stadio di Masnago mentre si
gioca Varese-Roma.

Per completare il quadro. Edgardo Sogno ama far festa a villa Mozzoni a
Varese. Nel centro di ricerca della vicina Ispra lavora come dirigente
Eliodoro Pomar, un palermitano che pensa d’avvelenare l’acquedotto di
Roma; coinvolto nel golpe Borghese, ripara nella Spagna di Franco dove
è punto di riferimento per tutto il neofascistume italico.

Questa la «febbre» che ha attraversato il corpo di Varese, «città che
non ha mai tempo di fermarsi a pensare». Spenta quella febbre, dopo un
decennio di relativa calma, si è accesa quella leghista. Ma questa è
storia nota e qui ci fermiamo. Non senza aver chiesto al nostro
Virgilio cosa l’ha tenuto legato a una città così poco amabile.
Risposta: «Di qui si vede il Monte Rosa».

FRANCO GIANNANTONI
Franco Giannantoni, 67 anni, è nato e vive a Varese. Giornalista di
professione e storico contemporaneo per vocazione, ha dedicato alla sua
città diversi studi e ricerche. Entrato a Il Giorno nel 1969, quando il
quotidiano dell’Eni era diretto dal partigiano Italo Pietra, ci è
rimasto fino al 1994. Negli anni `70, come inviato, si è occupato di
neofascismo, stragismo ed eversione. E’ del 1974 il suo primo saggio
Varese in camicia nera. Il libro, edito dall’Anpi con una prefazione di
Arrigo Boldrini, racconta quasi in presa diretta il riemergere in città
dello squadrismo fascista. Un anno dopo, Varese dal manganello alle
bombe documenta il passaggio allo stragismo. Nel 1984 Giannantoni
pubblica per Franco Angeli Fascismo, guerra e società nella repubblica
Sociale italiana, Varese 1943-1945. Il suo libro più noto – Gianna e
Neri: vita e morte di due partigiani comunisti – esce nel 1992 per
Mursia. Nel 2002 firma con Ibio Paolucci per Arterigere-Essezeta Un
eroe dimenticato, la storia di Calogero Marrone, il capo ufficio
anagrafe del Comune di Varese che salvò centinaia di ebrei e morì a
Dachau (Calogero Marrone è il nonno siciliano della moglie di Umberto
Bossi). Ancora in coppia con Paolucci e fresco di stampa, Giovanni
Pesce, Visone, un comunista che ha fatto l’Italia. Da pensionato,
Giannantoni fa il redattore di Triangolo Rosso, il periodico
dell’Associazione nazionale deportati politici nei campi di sterminio.
Merita una citazione a parte, per le reazioni suscitate, La melma. Il
libro sulla tangentopoli varesina (corredato dalla requisitoria del pm
Agostino Abate, quello a cui Bossi voleva «raddrizzare la schiena») ha
potuto uscire solo a processo concluso. Quando nel 2002 è finalmente
arrivato nelle librerie, gli imputati di ogni colore (Ds compresi) ne
hanno fatto incetta perché non circolasse. (m.ca)
 

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