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Cécile Kyenge & Fabio Zerbini. Due pesi … tre misure …

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In questi ultimi giorni, Cécile Kyenge (medico-oculista, ministra per l’integrazione) ha subito alcune fastidiose indiscrezioni da parte del quotidiano «La Padania», organo della Lega Nord, accompagnate dai soliti insulti razzisti.
In questi stessi giorni, per la precisione il 14 gennaio a Milano, Fabio Zerbini (operaio, attivista del sindacato SiCobs) ha subito una pesante aggressione.
Il primo episodio, incruento, riguardante la ministra Cécile Kyenge, ha avuto un grande risalto mediatico, su stampa, radio, televisione, web … 
Il secondo episodio, cruento, riguardante l’attivista operaio Fabio Zerbini è passato quasi sotto silenzio, ne hanno parlato solo alcuni quotidiani sensibili alle tematiche del «lavoro», ma con poca visibilità nazionale («Il Fatto Quotidiano», «Il Giorno» e «Il Cittadino» di Lodi)
Come mai, tanta stridente differenza?
È semplice.
Ecco che cosa fa la differenza …
Cécile Kyenge è ministra di un governo che ha il compito di curare il fallimento dell’Azienda Italia (fallimento decretato, per chi se ne fosse dimenticato, dal governo Monti-Fornero & Co.). Il governo Letta-Alfano non deve far altro che coprire il disastro con nuvole di fumo, spacciandole per «fatti». In poche parole: meno cose si fanno e più chiacchiere si dicono, meglio è. I fatti li fanno le banche.
La ministra Cécile Kyenge è un’esponete esemplare di questo governo.
Titolare di un dicastero certamente delicato ma del tutto secondario per l’Azienda Italia, Cécile Kyenge ha svolto egregiamente il suo compito.
Ha levato grandi strilli per episodi ridicoli, come i cori razzisti durante le partite di calcio e per altre amenità di medesima risma.
Si è però dimostrata del tutto assente di fronte a recenti  tragedie che avrebbero dovuto coinvolgere i suo dicastero.
Fu una bella statuina alla commemorazione della strage di Lampedusa (4 ottobre 2013); è stata del tutto indifferente di fronte allo sconcio permanente dei Centri di Identificazione ed Espulsione (i famigerati Cie); ed è sempre assai distratta di fronte allo sfruttamento selvaggio dei lavoratori emigrati, che non avviene solo a Rosarno, tanto per fare un esempio balzato alle cronache di questi ultimi anni … Lo sfruttamento avviene nelle mille e mille piccole e grandi aziende del Bel Paese.
Ed è proprio per questa sua discrezione (e distrazione) di fronte allo sfruttamento che è molto apprezzata dai pennivendoli della borghesia italiana, «La Repubblica» in primis. Certo … il peggio non ha fine, e i padroncini della Lega Nord vorrebbero avere una maggiore disponibilità di carne da macello … e sbraitano, contro Cécile Kyenge. Fanno solo pressione, in attesa che Renzi e Ichino possano dettar legge in materia di lavoro.
Ed è proprio il differente comportamento che fa la differenza tra la ministra Cécile Kyenge e l’operaio Fabio Zerbini.
Fabio Zerbini da molti (moltissimi) anni è a fianco dei suoi simili, è a fianco dei proletari, degli sfruttati, bianchi e neri. E sarebbe il caso di dire che non è il colore della pelle che fa la differenza. La differenza la fa lo sfruttamento. Anche se allo sfruttamento il razzismo dà una bella spinta, favorito com’è dalle fetenti leggi dello Stato, con i mille ricatti della Bossi-Fini. E Fabio questo lo capì subito, e si schierò con i lavoratori emigrati, con i facchini della logistica, inquadrati nelle cooperative del lavoro interinale, vere agenzie dello sfruttamento selvaggio. Gestito dal sindacalismo malavitoso, stile Fronte del Porto (per chi si ricorda il film).
Non ci vuol molto a capir con chi si ha a che fare e che cosa si rischia … oltre alle immancabili denunce e botte di Stato.
Su un’altra sponda, e ben protetta, si pone la ministra Cécile Kyenge che l’11 gennaio replicò agli insulti razzisti ricevuti Brescia dicendo che eran rivolti contro le istituzioni, da lei incarnate. Lesa maestà!
Dopo le violenze, pacata e propositiva è stata invece la dichiarazione di Fabio Zerbini. Che riporto.
Il pestaggio da me subito oggi può avere responsabilità dirette difficili da definire ma è, in ultima istanza, una chiara rappresentazione politica della reazione borghese al movimento di lotta che sta attraversando l’intero paese, con al centro i facchini (per lo più immigrati) della logistica e del trasporto
La scia degli episodi di violenza contro il movimento di sciopero che continua ad allargarsi è ormai abbastanza lunga da richiedere una risposta all’altezza della situazione con il chiaro obiettivo non di porvi fine (nessuno di noi si può illudere in questo senso) ma, piuttosto, di non segnare il passo e alzare ulteriormente il contenuto (non stupidamente le sole forme) dello scontro
Illusi quei nemici che pensano che tale movimento di lotta passi per alcuni militanti magari (?) più convinti e abnegati di altri.
Il movimento nasce da condizioni materiali ben precisi, destinati ad approfondirsi per via della crisi del capitalismo che impone uno sfruttamento sempre più intenso della classe operaia.
Attentati e pestaggi dei dirigenti e dei delegati più in vista, minacce e ricatti diffusi nelle fabbriche, licenziamenti e violazioni sistematiche dei diritti, cariche, denunce, fogli di via e arresti da parte degli organi repressivi dello stato, non sono altro che sfaccettature diverse di una verità che viene a galla. Da una parte gli sfruttatori dall’altra gli operai che vanno organizzandosi dal basso
Il conflitto è inevitabile e finalmente lo possiamo dire, l’esito tutt’altro che scontato
Stolti quindi anche coloro (tra i presunti amici) che si accontentano di gridare vendetta o che cascano dal pero e si inorridiscono per la violenza appellandosi alla democrazia e al rispetto delle sue regole. Perché proprio questa è la democrazia, riflesso diretto, anche se distorto, di un dominio di classe che “qualcuno” ha deciso di sfidare, nella convinzione profonda che, battendosi per i bisogni elementari delle grandi masse, si possono anche raggiungere conquiste immediate, per quanto parziali.
Insomma, poco ci deve importare cercare di scoprire l’autore materiale dell’ennesima violenza anti-operaia di cui si è dovuta nutrire la nostra stessa scelta politico-sindacale in quanto S.I. Cobas
La mano che ha colpito non è cattiva (e a pensarci bene non ha fatto nemmeno un gran danno) ma è piuttosto una rappresentazione evidente del fatto che il padronato (incluso i suoi servi, o sgherri, ovviamente) non trova, al momento, una soluzione praticabile per sottrarsi dal ricatto dell’azione operaia.
Quindi, ancora una volta: che fare?
Al momento la mia proposta è una sola: la convocazione di un attivo pubblico di tutte le strutture del S.I. Cobas e di tutti i solidali con questa battaglia, per sfruttare al meglio l’occasione e rilanciare la lotta attraverso uno sciopero generale da organizzarsi….bene
Data la possibilità che tale incontro, che propongo si tenga questa domenica 19 gennaio, alle 11, possa vedere una certa partecipazione, propongo inoltre che si svolga al Csa Vittoria (Milano) ed in forma pubblica e nazionale
Fabio Zerbini

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