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Varese, 16 aprile: Non abbiamo intenzione di smettere!

adesivo_uva_2Presidio a fianco di Lucia Uva, davanti al tribunale di Varese, ore 9. Scarica il volantino.

NON ABBIAMO INTENZIONE DI SMETTERE

La notte del 14 giugno 2008 Giuseppe Uva viene fermato, insieme al suo amico Alberto, dai carabinieri Dal Bosco e Righetto di Varese e portato nella caserma di Via Saffi (sono presenti anche degli agenti di polizia). Ed è proprio Alberto a richiedere i primi soccorsi al 118, quando sente il suo amico gridare «Ahi! Ahi! Basta!», ma l’operatore all’altro capo del telefono, dopo averlo rassicurato «Va bene, adesso mando l’ambulanza», chiama in caserma e si accorda coi carabinieri per non inviare alcun aiuto «Sono due ubriachi, ora gli togliamo il cellulare». Saranno poi gli stessi carabinieri, poche ore dopo, a chiamare una guardia medica, che richiederà all’Ospedale di Circolo di Varese di effettuare un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio).

Il corpo di Giuseppe è pieno di lividi, il suo naso è rotto, i suoi testicoli sono blu, la sua pelle è segnata da alcune bruciature di sigaretta, dal suo ano esce del sangue che forma una grossa macchia sui pantaloni, ma non viene curato per le lesioni e niente di tutto ciò viene trascritto sui documenti del ricovero. Gli vengono però somministrati dei tranquillanti. Egli inoltre racconta alla psichiatra di essere stato brutalmente pestato in caserma: ma da parte dell’Ospedale non parte nessuna denuncia. La stessa psichiatra aspetterà ben tre anni e mezzo per raccontare queste tragiche parole di Giuseppe, probabilmente le sue ultime.

Tutti fingono di non vedere, di non sapere. Tutti fingono che sia normale.
Anche quando Beppe, dopo poche ore, muore.
E infatti, nonostante il suo corpo presenti evidenti segni di violenza, la magistratura sceglie di indagare solo i medici, attribuendo la morte ad una errata somministrazione di farmaci, e non a quanto avvenuto in precedenza in caserma. Ma le perizie smentiscono questa ipotesi: Giuseppe non è morto a causa dei farmaci, che in nessun caso potevano ucciderlo; le cause della sua morte sono invece da ricercarsi in un mix di fattori, fra cui le misure di contenzione ed i traumi da corpi contundenti che ha subito.
Nonostante questo, ad oggi nessun carabiniere o poliziotto è indagato per quanto accaduto e l’unico testimone presente quella notte non è mai stato sentito dal giudice.

Lucia Uva, la sorella di Giuseppe che non ha mai smesso di lottare e di gridare la verità su quanto successo, è invece indagata per diffamazione e per “istigazione a disobbedire alle leggi”. Inoltre i realizzatori del documentario “Nei secoli fedele. Il caso di Giuseppe Uva” sono anch’essi indagati per diffamazione.

Nessuna denuncia di nessun pubblico ministero potrà mai cambiare la verità.
La notte del 14 giugno 2008, a Varese:
GIUSEPPE UVA È STATO UCCISO DALLO STATO
Lo abbiamo gridato tante volte, insieme a Lucia
e non abbiamo intenzione di smettere.
SAREMO INSIEME A LEI DAVANTI AL TRIBUNALE DI VARESE
Martedì 16 aprile, dalle 9.00

Assemblea delle realtà di movimento della provincia di Varese

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