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Quale libertà per il 25 aprile?

Da: Collettivo La Fenice/TeLOS Squat.

Il 25 aprile è forse il giorno in cui si sente più spesso, e da più parti, pronunciare la parola “Libertà”. Quella che i partigiani hanno ridato al popolo italiano cacciando l’invasore e combattendo i fascisti; e non v’è dubbio che la Liberazione dal nazi-fascismo sia stato un passo significativo verso la Libertà e lontano dalle catene. Tuttavia ci risulta difficile non storcere il naso quando ci troviamo a commemorare questa ricorrenza. Cosa è questa Libertà di cui tutti si riempono la bocca? Oggi noi non siamo molto più liberi di quanto non lo fossero i nostri nonni o bisnonni. All’epoca, col fascismo, la gabbia era più stretta e i secondini più brutali mentre adesso le concessioni democratiche ci aiutano a dimenticare che siamo ancora schiavi. Non siamo liberi e non lo saremo mai, o almeno non lo saremo finché esisterà uno Stato coi suoi servi, pronti a difendere la Legge, il mezzo tramite cui i Ricchi e i Potenti difendono i propri privilegi. Le sbarre che ci imprigionano ci sono ancora, e non sono certo meno disumane di quelle del ventennio. Certo, a chi resta obbediente all’interno del recinto risulta difficile scorgerle lavorando 8-10 ore al giorno per qualche spicciolo, contento di farsi imboccare dai Tg di Regime, soddisfatto di scegliere una volta ogni 5 anni il proprio aguzzino. Ma basta poco per accorgersi della durezza e della freddezza delle sbarre che si pongono di fronte a noi. Le scorge specialmente chi viene in Europa in cerca della sopravvivenza, sfidando e spesso incontrando la morte: per loro ecco spalancate le porte dei CIE, veri e propri lager del III millennio. Le scorge anche chi protesta contro il razzismo, contro il ritorno al Nucleare, contro la militarizzazione del territorio: ecco allora pronti i manganelli, le perquisizioni, gli Avvisi Orali (preludio alla Sorveglianza Speciale, provvedimento del Codice Rocco di mussoliniana memoria). É poi in un’istituzione come il carcere che si manifesta quanto di peggiore sia stato capace di creare l’uomo. Un non-luogo in cui persone segregano altre persone per punirle di aver infranto la Legge. Sin da piccoli siamo educati a pensare che in carcere ci finiscano “i malvagi”, e che questo sia l’unico mezzo per salvaguardarci dalle barbarie. Ma se si cerca di andare oltre i pregiudizi la realtà appare subito chiara. In carcere ci finiscono i poveri (non è un caso che la maggior parte dalle persone incarcerate sono rinchiuse per reati commessi contro la proprietà), italiani o immigrati che siano: si sa che la galera non è posto per politici e banchieri. Le carceri sono lo strumento attraverso il quale lo Stato reprime la manovalanza in esubero di cui il sistema produttivo e capitalista non necessita. E da un’altra parte queste servono da monito per tutti coloro che stanno fuori: un avviso a non trasgredire, a sottostare all’autorità e a rimanere nel gregge. Oltre ai poveri ovviamente in carcere ci finisce chi si ribella, o anche solo per essersi difesi dai soprusi della Polizia – che, si sa, è tra i maggiori pericoli che una persona uscendo di casa può incontrare sulla sua strada (vedi, solo per citare un esempio accaduto nella nostra provincia, il caso di Giuseppe Uva, sequestrato dalla Polizia ad un controllo, sottoposto ad un T.S.O. e in seguito defunto). Ci hanno talmente inebetiti che non siamo più in grado di pensare alla possibilità di una vita diversa da quella che ci viene proposta. L’ unica libertà che ci è concessa è quella di comprare e consumare; se non ci basta, saranno i tutori dell’ordine (ma l’ordine di chi?) a ricordarci che non ci è concesso chiedere di più. Ed è questo il disagio che proviamo nel giorno della Liberazione, è per questo che non ci accontentiamo di festeggiare quello che è stato ottenuto, con rispetto verso chi ha combattuto per la Libertà, ma ferocemente incazzati con chi si è accontentato di allargare la superficie della gabbia. Ed è per questo che continueremo ad affilare le unghie, in attesa del giorno in cui avremo sufficienti complici per tagliare le sbarre, cacciare Pastori e Sgherri, e correre finalmente liberi e libere.

Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l’incubo dei potenti.” E. Junger

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