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Senza via di uscita

Rimbomba nelle orecchie, balla davanti agli occhi, si insinua
attraverso le narici, occupa i nostri sensi. È la menzogna sociale di
massa che ci viene quotidianamente ammannita. La si potrebbe definire,
fra uno sbadiglio e l’altro, oggettivazione del mondo in cui viviamo.
Consiste nell’affermazione onnipresente di scelte già fatte
in tutti gli ambiti della nostra esistenza. Il compito di travestire
l’essenza dei rapporti e dell’organizzazione sociale spetta
principalmente ai cortigiani intellettuali (giornalisti, filosofi,
scienziati, sociologi, esperti …), che elaborano i discorsi e le
griglie di percezione mentale che consentiranno di spiegare la realtà
astraendola dalla sua natura sociale. Si tratta di prodotti
immateriali, fabbricati e spacciati sotto forma di opinioni, giudizi e
pregiudizi, veri e propri brandelli di una coscienza fatta
letteralmente a pezzi. Possono consentire a chiunque di avere un parere
su tutto, tranne che sull’essenziale.


Un tempo, dopo aver dato
per scontato che è nostro dovere produrre, consumare ed obbedire, ci
veniva concessa la “libertà” di scegliere la modalità di adempimento.
Bisogna lavorare, ma quale mestiere? Bisogna votare, ma quale partito?
Bisogna guardare la tv, ma quale canale? Ora ci stiamo accorgendo che
anche questa è una menzogna, una semplice illusione. Il precariato non
ci darà mai la sensazione di conoscere un mestiere, le elezioni
presentano candidati perfettamente intercambiabili, quanto alla
televisione è un’unica merda. Non possiamo esprimerci sul cosa, non
possiamo interrogarci sul perché, e non abbiamo molta voce in capitolo
neppure sul come. Restano però le conseguenze. Di quelle sì, che
possiamo ancora discutere appassionatamente.

Gli “incidenti”
mortali sul lavoro succedutisi nello spazio di pochi mesi in Piemonte,
in Liguria, in Puglia,… — hanno fornito una concreta dimostrazione di
quanto a fondo sia radicata la convinzione che l’essere umano sia
circondato dal suo habitat naturale, che è solo da gestire nella
maniera più opportuna per evitare gli spiacevoli inconvenienti che
possono capitare. Quelle tragedie annunciate hanno sollevato una grande
indignazione. Nel caso della ThyssenKrupp, poi, anche i più scettici
hanno potuto constatare il disprezzo da parte degli amministratori
dell’azienda per la legislatura ufficiale relativa alle norme di
sicurezza. Ma questo incidente e i suoi retroscena non hanno messo in
luce solo l’opacità gestionale di quell’azienda (negare ogni
responsabilità, attribuendola alla disattenzione delle vittime) e la
trasparenza della sua strategia imprenditoriale (esseri umani e
macchine costituiscono il capitale variabile e fisso al servizio del
profitto): hanno evidenziato le condizioni presenti all’interno di tutte
le aziende moderne. A confermarlo con brutalità è stato l’incidente di
Molfetta, dove altri operai sono caduti uno dopo l’altro in quella che
è stata definita una impresa-famiglia modello in cui tutti si volevano
bene.
Al nord come al sud, nelle grandi come nelle piccole aziende,
il lavoro uccide e fa stragi. Lo scorso anno in Italia sono stati
registrati 8.000.000 di incidenti sul lavoro, cioè circa 21.917 al
giorno, cioè circa 913 all’ora, cioè circa 15 al minuto, uno ogni 4
secondi. Qualche decennio fa tutti questi feriti e morti sarebbero
stati considerati il tragico bollettino della guerra di classe, sangue
proletario che grida vendetta: si tratta di altri tempi, tempi in cui i
lavoratori italiani percepivano salari molto più alti e potevano anche
permettersi il lusso di sognare la rivoluzione. Mentre oggi che la loro
paga è la più bassa in Europa non c’è più guerra di classe, non si è
più sfruttati dai «padroni», si viene ricompensati dagli
«imprenditori»; non ci si scontra più nel «conflitto sociale», si
dialoga nel «confronto fra le parti»; non si protesta contro gli
«omicidi bianchi», si piange per i «morti sul lavoro». In mancanza di
una rabbia da scatenare, in assenza di un nemico da odiare, di fronte a
sindacati incapaci anche di indire uno sciopero subito dopo i recenti
omicidi bianchi nella Torino operaia, non è affatto strano che una
simile ecatombe abbia suscitato solo attestazioni di cordoglio e
auspici di maggior responsabilità.

Ma questa esigenza “civile” di consentire a chiunque di poter lavorare in santa pace, stando al sicuro,
più volte riesumata nell’ultimo periodo da un vecchio signore che siede
al Quirinale, si scontra per forza di cose col carattere stesso dello
sviluppo economico ed industriale. Malgrado gli sforzi di
razionalizzazione da parte dei vari consulenti, malgrado i possibili
decreti-legge da varare, lo sfruttamento immediato attraverso mezzi
diretti è la regola che domina ovunque nel mondo del lavoro (dove le
cassiere dei supermercati non possono neanche assentarsi per fare
pipì). La sicurezza delle infrastrutture e dei salariati passa
necessariamente in secondo piano rispetto al guadagno, anche perché
l’incidente è una eventualità che non si può eliminare con un apposito
investimento. Nessuna azienda garantisce sicurezza ai suoi dipendenti, né può farlo.
Le più razionali imprese moderne sono fatte ad immagine della società
che le produce, un miscuglio di razionalità necessaria alla gestione di
massa e di irrazionalità adatta a produrre capitale in fretta e con
facilità, qualsiasi siano i rischi che si corrono (siano essi umani,
ambientali o penali).
I morti di Torino e Molfetta mostrano che i
pericoli maggiori non si trovano laddove ci viene indicato. Non
provengono da un aereo dirottato da fanatici musulmani, né da stranieri
che attraversano clandestinamente le nostre frontiere. Non sono gli
altri che ci minacciano, siamo noi stessi. È la vita che conduciamo la
trappola da cui bisogna sottrarsi. Chi si ostina a indicare in una
maggiore sicurezza sul lavoro la soluzione di ogni problema, farebbe
bene a riflettere su quanto è accaduto nell’ottobre 1996 a Genova,
quando sei operai morirono su una petroliera asfissiati dall’anidride
carbonica sprigionata per spegnere un incendio: vittime dello stesso
meccanismo che avrebbe dovuto proteggerli.

Oggi come allora si
piangono i morti, ma si continua a restare indifferenti di fronte alla
morte, a quella fabbrica di morte che è l’odierna organizzazione
sociale — la cui colonna portante è il Lavoro — che ha raggiunto un
livello tale di complessità da sfuggire a ogni controllo. Le strutture,
le macchine, le istituzioni create dall’uomo per vivere la propria
esistenza si sono dimostrate nocive, e ancora più nocivi sono spesso i
sistemi adottati per correggere i guasti prodotti. Ma, anziché fermarsi
e bloccare tutto, si continua ad andare avanti. Ad andare sul posto di
lavoro, dove chi ha il privilegio di essere sfruttato in cambio di una
quantità di denaro sempre più insufficiente — con cui si procurerà del
cibo sempre più contaminato e sempre meno saporito e nutriente, da
consumare in alloggi sempre più angusti e squallidi — potrà morire
atrocemente mentre fa qualcosa di completamente inutile.

È
arduo trovare un esempio più indicativo del mondo in cui viviamo, una
sua espressione meglio miniaturizzata, di quello che ci fornisce quanto
sta accadendo a Pianura, a Marigliano e nel circondario di Napoli. Un
mondo sommerso dalla spazzatura che produce, minato nella salute dai
veleni che diffonde, incapace di risolvere i problemi che esso stesso
crea. Di fronte alle strade invase dalla spazzatura, di fronte
all’esigenza di barricarsi in casa e all’impossibilità perfino di
tenere aperte le finestre, cresce la consapevolezza di non avere più
vie di uscita. Allora, la rabbia monta e non bastano più le antenne
paraboliche per intrattenere nella quotidiana rassegnazione. A lungo
covata e compressa, questa rabbia talvolta esplode senza guardare in
faccia a nessuno ed è capace sia di attaccare con mezzi adeguati la
polizia sia di respirare la diossina sprigionata dai roghi che accende.
Contro tutto ciò la ragione politica, letteralmente, non sa più cosa fare.
Sempre più in precario bilico sul consunto filo delle illusioni che la
reggono, alla politica non rimane che annaspare nel vuoto,
sbracciandosi per riuscire a riprendere l’equilibrio, rimandando in
tutti i modi il momento della caduta. In Campania, prima calunnia la
protesta attribuendola a losche infiltrazioni camorristiche, poi si
rivolge a un supersbirro affinché si adoperi graziosamente per
risolvere una situazione diventata una questione di ordine pubblico
(peccato che la spazzatura non si liquefi come il sangue di San
Gennaro, né che si possa disperdere a colpi di manganello come una
manifestazione a Genova). In questo paesaggio desolato, i militari
professionisti vengono riciclati sotto forma di poliziotti/netturbini e
dispiegati, a seconda delle necessità di intervento, per liberare le
strade dalle barricate o dai rifiuti.

Per tranquillizzare gli
animi, anche e soprattutto in prospettiva di future “emergenze” sempre
dietro l’angolo, il pensiero a senso unico dominante è costretto a
martellare l’idea che a Napoli si è alle prese con un problema di mal
governo, drammatico ma circoscritto.

Se così fosse, si potrebbe
risolvere tutto con opportuni provvedimenti quali un cambio della
guardia ai vertici, diligenti raccolte differenziate, accorte riduzioni
dell’utilizzo di imballaggi, eccetera. Il messaggio che deve arrivare
è: scusate il disagio locale, abbiate pazienza, ma stiamo lavorando per
voi. Ma un’amministrazione più efficiente ed onesta, una popolazione
più attenta ai comportamenti quotidiani, imprenditori più sensibili ad
evitare sprechi, potranno mai fare qualcosa contro uno dei tanti
sintomi della necrosi sociale e ambientale che avanza? Ha senso far
sparire dalle strade tutte quelle tonnellate di spazzatura attraverso
gli inceneritori per poi ritrovarsele dentro i polmoni?

No, il
degrado di quelle zone non costituisce l’imbarazzante eccezione di un
Paese sano e normale. È lo specchio di una civiltà intera, che ovunque
nel mondo a ridosso delle metropoli apre discariche sociali sempre più
sterminate in cui far confluire i propri rifiuti urbani. Scarti di
merci e scarti di esseri umani si trovano a condividere gli stessi
spazi, la stessa aria, lo stesso destino in quello che è stato definito
un pianeta bidonville. Quando
gli abitanti dei dintorni di Napoli raccontano le loro storie di povera
gente costretta a vivere in case costruite in poche settimane, precarie
e insicure, su terreni resi micidiali dalle sostanze tossiche
industriali là sepolte, quando riconoscono che spinti dalla mancanza di
un lavoro sono costretti a campare di espedienti, in mezzo a relazioni
umane degradate, non stanno descrivendo un’avvilente storia locale.
Stanno raccontando una storia universale.

È la stessa che potrebbero raccontare gli abitanti dei bustees di Calcutta, dei kampungs di Djakarta, degli iskwaters di Manila, dei shammasas di El Khartum, degli umjondolos di Durban,dei baladis del Cairo, degli intra-muros di Rabat, dei gecekondus di Ankara, dei conventillos di Quito, delle favelas del Brasile, delle villas miseria di Buenos Aires, delle colonias populares del Messico, ma anche dei ghetto di New York o dei HLM di
Parigi. All’inizio del terzo millennio un miliardo di esseri umani
sopravvivono in questi agglomerati di abitazioni costruite per i
poveri, con materiali scadenti e di fortuna, che sorgono come funghi il
più delle volte abusivamente alla periferia delle grandi città dove
talvolta costituiscono interi quartieri. Se è vero che «l’evento più
importante del XX secolo è la scomparsa dei contadini», se è vero che
l’esodo rurale è diventato ormai irreversibile, ci troviamo di fronte
alle conseguenze devastanti di un fenomeno mai presentatosi prima. Che
sia per sfuggire alla guerra o alla fame, alle epidemie o ai debiti,
alle carestie ambientali o alle politiche d’esproprio, o anche solo per
la speranza di afferrare l’occasione di un avvenire migliore, milioni e
milioni di esseri umani hanno abbandonato le zone rurali per riversarsi
nelle città, o meglio nelle loro periferie. Per la prima volta nella
storia dell’umanità, la maggioranza della popolazione mondiale si trova
concentrata nello spazio ridotto dell’ambiente urbano.

Ma la
conseguente mancanza di spazio spinge i poveri ad installarsi ovunque
sia possibile, anche in zone pericolose, costringendoli ad una
convivenza forzata, ad un sovraffollamento gravido di disperazioni ed
insidie di varia natura.

Nemmeno la facile chiarezza delle
cifre è in grado di trasformare in un problema tecnico quella che è e
resta una incontestabile questione sociale. Ma a differenza del
passato, quando erano le diverse visioni del mondo a scatenare
conflitti, oggi siamo alle prese con le ricadute del trionfo planetario
di un unico modello di vita contraddistinto dal consumo della merce e
dall’obbedienza all’autorità. Offuscato dagli scarichi industriali, dai
grattacieli, dalla montagne di spazzatura, per non parlare dei fumi
causati dai bombardamenti, il sole rischia di non risplendere più sulla
futura Umanità la cui mera sopravvivenza biologica sulla terra nei
prossimi decenni è messa in dubbio da più parti. La catastrofe in corso
è talmente estesa da essere diventata palpabile, visibile, respirabile,
manifestandosi in tutti gli aspetti della quotidianità. Chi è persuaso
della necessità immediata di una trasformazione sociale radicale si
trova quindi davanti a un interrogativo: come può un’umanità senza più
speranze e sogni, sfinita e disperante, disintegrata e marginalizzata,
uscire dal vicolo cieco in cui si trova?

Le continue stragi di
lavoro in tutta Italia, così come le tonnellate di spazzatura che da
mesi invadono le strade di Napoli, sono lì a dimostrarci che non
esistono facili soluzioni. Né norme di sicurezza più severe o ispettori
più agguerriti e meno corrotti, né una civile raccolta differenziata
basteranno per uscire da questo inferno sociale.

Di fronte al
quotidiano sfilare delle bare, di fronte all’olezzo dei rifiuti sparsi
per le strade, non c’è spazio per il massimalismo — si dirà. È ora di
essere pratici e di dare risposte concrete. Pratico come un sistema
d’allarme, concreto come un inceneritore? No, grazie. Che le vie di
mezzo rischino di essere inevitabili in tutti i contesti su cui non si
ha l’ultima parola, è una banalità difficile da negare. Ma perlomeno
che siano l’esito involontario dello scontro fra due tensioni
incompatibili, non il loro intenzionale accomodamento tattico!
Contrariamente a quanto ritengono tutti i realisti, sostenere il
massimo delle proprie aspirazioni non è consegnarsi ad una vanità
irrealizzabile. Nel caso peggiore, senza dover nulla chiedere e nulla
rinunciare dei propri propositi, si contribuirà a costringere la
controparte alle maggiori “concessioni” possibili poiché si dilata
l’estremo da mediare.

E poi, cosa abbiamo da perdere? Questo
mondo è senza via d’uscita. Procrastinarne il crollo sarebbe ingannare
se stessi e gli altri. Non c’è più tempo per i piccoli passi, che, per
altro, dove ci hanno portato fino ad ora? Forse è meglio accelerare la
fine. Perché almeno sarà la fine da noi voluta, non quella per noi
preparata. E perché potrebbe rivelarsi un inizio.

tratto da: Machete n°2, aprile 2008 

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